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Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Mio figlio, un alieno

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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“Ogni mese avevo vissuto con sofferenza il ripetersi del mio ciclo; ma dopo un bel pianto riprendevo a ripetere tra me con un’insistenza maniacale: «Io avrò un figlio». Ancora oggi, a più di settanta anni, nei momenti di distrazione, mi accorgo di ripetere tra me questa frase.
E finalmente è arrivato, quando ormai non speravo più: è un bel bambino, sano, robusto, allegro, socievole. Le tappe del suo sviluppo sono quelle di tutti i bambini. All’età di un anno cammina, a un anno e mezzo comincia a dire qualche parolina, a due anni conta fino a cento. A due anni e mezzo si comincia a delineare la tragedia: lo sviluppo si arresta, anzi si nota un lento regredire. Leonardo è sempre più scontroso, rifiuta il contatto anche con me. Non posso neppure dargli un bacio e coccolarlo, perfino vestirlo diventa un problema. Anche dalla scuola materna che frequenta, benché non abbia ancora compiuto i tre anni, torna a casa stanco e irritabile”.

E’ l’inizio della storia di Leonardo, un figlio tanto desiderato, atteso per sei anni; Leonardo, “un alieno che viene dal pianeta autismo, da una galassia lontana, la galassia della solitudine”, e di sua madre, Sandra Lupi Macrì che in un breve ma intenso libro racconta “l’avventura più grande e difficile” della sua vita (Mio figlio, un alieno. Dal pianeta autismo Edizioni Messaggero Padova, 2010. Euro 8,00).
Devo molto a Sandra, a cui mi lega anche un rapporto di parentela (è cugina di mio padre): mi ha sempre comunicato molta serenità e una fede forte. Ricordo che, terminato il liceo, negli anni del mio vagabondare tra una facoltà e un’altra alla ricerca della mia strada, mi spronava ad abbandonare le incertezze e ad impegnarmi con determinazione in un cammino: “scelta una strada, abbracciala e sposala e sii fedele!”; e poi aggiungeva, credo pensando al proprio itinerario, “ma sappi che è la vita che ci guida per i suoi sentieri”.
Le pagine di Mio figlio, un alieno ci fanno ripercorrere i sentieri che la vita ha riservato a Sandra, a Corrado, suo marito, “la sua roccia”, e a Leonardo, sentieri a volte molto aspri, segnati da solitudine ed incomprensioni, anche nell’ambiente religioso, da momenti di smarrimento e sconforto (“Chiusa in bagno, giunsi a sbattere la testa contro il muro; la disperazione era così grande che avrei voluto morire e quasi ci riuscivo”) ma anche da incontri di autentica amicizia, come quello con Giuseppe, il padrone della pensione in Val Badia, dove trascorrevano le vacanze (“secondo me era un filosofo che casualmente faceva l’albergatore... Giuseppe e la sua famiglia avevano adottato Leonardo, accettando la sua diversità e perdonando i suoi capricci e scenate”), di gesti e reti di solidarietà.  
Sono pagine che ci invitano di aprire gli occhi su una realtà, quella dell’autismo, forse ai più sconosciuta, sul mistero delle persone “diverse”, sulle nostre responsabilità sociali nei confronti dei disabili.
Pagine che, soprattutto, provocano alla speranza e all’amore.
“Nel 1975 ci fu il viaggio a Lourdes, il primo che riuscimmo a fare con Leonardo, che allora aveva sette anni, durante le vacanze natalizie.
Il viaggio a Lourdes è rimasto quindi memorabile. Leonardo ne ricorda ancora tutte le tappe, il numero delle camere nei vari alberghi, perfino il menu di tutti i pasti.[…]
Potrei dividere la mia vita in due periodi: prima di Lourdes e dopo Lourdes. Quando una persona visita i santuari e si rivolge a Dio, spera, naturalmente, di ottenere un intervento decisivo e miracoloso che cambi completamente le sue situazioni negative. Anche noi siamo partiti così.
A Lourdes non abbiamo ottenuto il miracolo della guarigione, anche se da quell’epoca Leonardo ha cominciato a migliorare, ma io ho avuto un miracolo anche più grande. Ho accettato Leonardo e ho imparato ad amarlo per quello che è, per il mistero che rappresenta e per l’avventura che potevamo vivere insieme. Non mi sono più vergognata di lui, al contrario ho cominciato ad amare la sua ingenuità, le capacità straordinarie e inutili ai fini pratici della sua mente, la sua diversità.”

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