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Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Gambadura

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GAMBADURA

Il sole stava ancora scherzando tra i rami degli alberi come se godesse della lunga agonia di un giorno troppo lun­go; indifferente ai problemi degli uomini. Il sole, la neve o la pioggia non hanno sentimenti e non si lasciano influenzare dall’umore degli uomini. Le stagioni si rincorrono con cadenze regolari, insensibili ai bisogni degli uomini. Esiste tuttavia un cielo più in alto che è attento ai bisogni umani e non rimane indifferente al grido del povero. La storia narra che un giorno di fine estate, quando il sole che scalda il nostro pianeta non si mostrava così crudele, un bambino dall’aria triste si avviava, come di solito, verso una chiesetta poco frequentata alla periferia del paese. Il bambino camminava lentamente, con le mani nelle tasche dei pantaloncini che mettevano a nudo le sue gambe. Una gamba, la destra, sembrava un osso vestito di pelle e rigido come un bastone. Portava avanti con piccoli calci un barattolo arrugginito che risuonava, falsamente alle­gro, sul selciato della strada. Nel suo viso non vi era nessun tipo di emozione, sembrava indifferente a quella specie di gioco. Non era né contento né scontento. Strano vedere un bimbo portare avanti quel barattolo con puntigliosità. Aveva un volto troppo serio che i bambini non hanno. Il barattolo fungeva da palla e serviva al giovane per esercitare, senza una gran voglia, la gamba destra, più corta e rinsecchita. Pochi sapevano che il bimbo si chiamava Mario perché tutti, in paese, lo chiamavano Gambadura a causa di quella specie di gamba che si era sviluppata solo in altezza ed era rimasta magrissima e senza articolazioni. Mario non aveva mai sofferto per questo soprannome che gli ricordava la sua invalidità. Se ne era fatta una ragione quando, intorno ai sei anni, il vecchio prete della Chiesetta, gli aveva detto che non era grave avere una gamba dura. “ È importante che tu non abbia la testa dura o il cuore duro, il resto conta poco”. Se il soprannome non lo infastidiva, lo contrariava invece il sentirsi spesso escluso dai giochi degli altri bambini. Questa esclusione gli riportava alla memoria l’incidente che lo aveva menomato. In quei frangenti rivedeva il carro, tirato da due buoi, traballare sotto il peso dei sac­chi di grano.
Aveva solo tre anni quando il carro si era rovesciato gettando su di lui oltre sei quintali di grano. Ricordava per­fettamente il senso di soffocamento che gli aveva procurato tutto quel frumento. Alcuni sacchi nel cadere si erano aperti ed una pioggia di mille e mille chicchi di grano l’aveva coperto sommergendolo senza lasciargli neppure il tempo di gridare. Nella sua memoria era rimasto vivo il tintinnio del grano sul selciato, il senso di asfissia, e il lungo sus­seguirsi di giorni in cui vagamente ricordava medici e infermieri che entravano ed uscivano da una stanza tutta bianca. Fu in quella stanza che sentì, per la prima volta, pronunciare il nome Gambadura. Tutti  parlavano sotto voce  e lui ricordava quel vocabolo che veniva ripetuto più volte: “Gli rimarrà la gamba dura”. Da quella stanza Mario era uscito vivo, la sua gamba no. Essa era morta per sempre.
L’incidente aveva commosso tutto il paese, sia per la tenera età di Mario, sia perché tutti ricordavano la tragica morte della sua mamma, che aveva perso la sua giovane vita nel parto. Ne avevano parlato tutti i giornali nazionali in quanto alla puerpera era stato annunciato che il suo piccolo avrebbe potuto venire alla luce solo a scapito della vita della madre. Una strana malformazione richiedeva la morte del bambino o quella della madre. Mentre il marito assolutamente voleva che si salvasse la vita della moglie, questa non voleva sentire ragioni e aveva preteso, qualora i medici fossero stati costretti a fare una scelta, che si salvasse la vita del suo piccolo. Non solo il marito ma tutto il paese desiderava che la donna vivesse. Inutili furono i pianti del povero Beppe che tentò in tutte le maniera di convincere la sua giovane sposa:
“di figli ne potremo avere altri…
Vuoi lasciare un imbranato come me con un figlio appena nato?
Come farò senza di te a mandare avanti il podere con un bambino…        
 Allora debbo pensare che non mi vuoi bene”
Non c’erano argomenti che potessero convincere la donna. Niente da fare. Concetta non voleva morire ma se si era costretti a fare una scelta sentiva più umano e più giusto che venisse salvato il bimbo. Ad ogni supplica del marito Concetta ripeteva accorata: “Lui non ha chiesto di nascere e noi  lo abbiamo voluto. Ora lui c’è, lo sento muoversi e scalpitare. Se io muoio non è un omicidio, significa che qualcosa non funziona in me. Se permettessi di uccidere questo bambino non potrei più vivere in pace, sarei complice di un omicidio. Come puoi chiedere ad una madre di uccidere la sua creatura? Tu chiedendomi di far uccidere nostro figlio, mi trasformi da madre in una assassina”.
 La donna, come previsto dai medici, era morta, ma Beppe non era mai riuscito ad amare quel bambino come si conviene a un padre. Mario non  aveva colpa se la sua mamma era morta nel darlo alla luce. Tut­tavia, per suo padre, Gambadura fu e rimase sempre l’uni­co vero responsabile della mor­te della sua amata Concetta. Forse un amore più sincero ed un impegno più attento, da parte del padre, avrebbe evi­tato il disastro del rovesciamento del carro. Forse un soccorso più pronto, più sollecito, più premuroso, ne a­vrebbe attutito le conseguenze. Invece il taciturno Beppe s’era accorto che il figlio era sotto il grano soltanto qualche minuto dopo il ribaltamento del carro. All’ospedale trovarono al bam­bino un principio di asfissia e la gamba sinistra irrimediabil­mente perduta.
 Mario, che ormai tutti, compreso il padre, chiamavano Gambadura, a dieci anni era bello e vispo come si conviene ad un bambino di quell’età. Era do­tato di una grande sensibilità e trasferiva nel sogno ciò che non poteva realizzare materialmente. A Gambadura sareb­be piaciuto giocare al pallone. Se ne stava ore ed ore attac­cato alla radio quando si trasmettevano partite di cal­cio. Si mordeva le mani quan­do la sua squadra preferita perdeva e sprizzava euforia quan­do questa vinceva. Conosceva a memoria i nomi di tutti i grandi campioni e, nei suoi so­gni infantili, si vedeva sano e forte, conquistare coppe su cop­pe, nel ruolo di un grande cen­travanti. Sperava sempre che un giorno la sua gamba sarebbe tornata normale e progettava il suo avvenire come se per lui giocare al pallone fosse stato il lavoro più facile e più conge­niale.
Si dirà che ciò non è strano in un ragazzo, ma in realtà il suo babbo era preoc­cupato, perché Gambadura non rifletteva abbastanza sulla sua infermità e continuava a sognare un avvenire che, senza ombra di dubbio, gli era precluso. Quel figliolo, da quan­do era nato, non gli aveva procurato che guai. Un giorno che Beppe era più nero del solito, aveva voluto togliere ogni illusione a Mario e gli aveva gridato che la smet­tesse di pensare al pallone, perché la sua gamba non sarebbe mai guarita.
“Non ti accorgi di essere un bambino diverso dagli altri?
 Perché non provi a sognare cose concrete,
Pensa a sogni che si possono realizzare con la testa piuttosto che con le gambe!
 Prova ad impegnarti più con la matematica che con il pallone.
Studia con più impegno perché, prima o poi il tuo babbo, andrà dove se ne è andata tua madre”.
Questi ed altri rimproveri non scalfivano per nulla il ragazzo. Erano come acqua che scivolava via sulla pietra. Non era vero che Gambadura non rifletteva su quanto gli suggeriva il padre, ma la voglia di diventare un grande centravanti era più forte di ogni predica del padre. Lui sapeva, sentiva, era certo che, prima o poi sarebbe diventato un grande calciatore.
In quel giorno di fine estate la vita del bambino cambiò improvvisamente e lo confermò nel suo desiderio di diventare un calciatore.
Gambadura arrivò alla chiesetta quando ormai il sole stava tramontando ed entrò. Vi era una grande statua della Sacra Famiglia. La Madonna, San Giuseppe e il Bambino Gesù erano raffigurati a grandezza naturale. Il Gesù bambino era alto quasi come Gambadura e si trovava al centro tra Maria e Giuseppe. Più volte il bambino si era soffermato a pregare davanti a loro, e più volte aveva trovato consolazione nella preghiera, ma quella sera non aveva voglia di pregare. Si mise seduto su una sedia con il viso tra le mani, imbronciato. Non voleva ripetere le solite preghiere. Se avesse parlato avrebbe soltanto emesso un lamento o un grido. La mattina gli amici non lo avevano fatto giocare neppure in porta, come qualche volta gli era concesso, e suo padre gli aveva nascosto l’apparecchio radio. Mario si sentiva escluso dal mondo che amava. In quella chiesetta, che sentiva come un rifugio, nessuno lo aveva mai scacciato. Il silenzio però era solo esteriore perché dentro di sé sentiva la guerra. Niente era secondo i suoi desideri. Gli mancava la mamma che non aveva neppure conosciuta; gli mancava l’affetto del padre, chiuso nel suo dolore e  impegnato in un lavoro che lo lasciava alla sera sfinito; gli mancavano gli amici che parlavano volentieri con lui ma che non lo invitavano quasi mai a giocare con loro; gli mancava la scuola, chiusa per le vacanze estive, gli mancava il vecchio prete che era ricoverato da più di un mese in ospedale. Inoltre, da qualche giorno, gli mancava anche l’apparecchio radio che suo padre aveva nascosto e di conseguenza gli mancavano le trasmissioni sullo sport.
Preso da questi pensieri Gambadura non si era accorto che un bambino si era seduto vicino a lui. Questi, dopo un breve tempo di silenzio, mise una mano sulle spalle di Gambadura e con un filo di voce lo salutò:”Ciao Mario”.  Gambadura  guardò il nuovo arrivato e con aria stupita gli chiese: “Chi sei? Non ti ho mai visto da queste parti”. Il bimbo straniero sorrise, ma non rispose alla domanda, si alzò e,  sorridendo invitò Gambadura a giocare con lui. “Guarda, ho appena ricevuto in regalo un pallone e se vuoi possiamo provarlo”. Mostrò un pallone che sembrava appena uscito dalla fabbrica. Anche Gambadura sorrise ma rimase seduto. L’improvvisa apparizione di quel bambino se, da un lato, lo rallegrava, dall’altro gli incuteva un certo timore. Lui non lo aveva mai visto e questi lo aveva chiamato con il suo nome di battesimo. Come faceva a saperlo se in paese tutti lo chiamavano Gambadura? E poi  lo straniero vestiva in una maniera davvero singolare. Non aveva come tutti i bimbi dei pantaloncini e una maglietta ma vestiva una specie di tunica inadatta ad un bimbo di dieci anni. Gli sembrava un chierichetto pronto per andare a servire la Messa. Rimandando indietro il magone che lo aveva assillato fino a quel momento Gambadura riprese:
 “Da dove vieni e come ti chiami?
“Mi chiamo Jeshua e vengo da un paese lontano, ma dai, non fare tante domande, vuoi o non vuoi giocare con me?”
“Certo che voglio” - rispose prontamente Gambadura. Poi gli venne ancora un dubbio e sorridendo riprese:
“Ma come farai a giocare al pallone vestito in quella maniera?
 “Non ti preoccupare, non ti preoccupare, vieni”.
Jwesua correndo lo precedette nel prato adiacente alla chiesa iniziando a calciare il pallone in una maniera così goffa che Gambadura si mise a ridere e allegramente disse:
“Passa la palla a me che ti faccio veder come si gioca”.
Ricevuto il pallone Gambadura iniziò a correre come non aveva mai fatto. Gli sembrava di volare. Il pallone passava dalla gamba destra a quella sinistra, poi lo alzava e con la testa lo rigettava lontano. Invano l’altro ragazzo tentava di toglierlo, oramai Gambadura sembrava un cerbiatto che agilmente scalava una montagna. Jeshua non riusciva stargli dietro e quando Gambadura finalmente gli ripassò il pallone questi invece di prenderlo con i piedi lo raccolse con le mani. Al ché Gambadura gridò:
“Ma dove vivi? non sai che il pallone non si prende mai con le mani? Tiramelo che ti faccio vedere”.
Ricevuto il pallone lo fermò e lo scalciò lontano usando stranamente la gamba malata. Dopo aver dato il calcio avvertì che qualcosa non funzionava come prima e con sua grande meraviglia si accorse che la gamba malata non era più un osso rivestito di pelle ma era tornata normale. Era sparita la rigidità, ritornata la carne  e i muscoli rispondevano come se fossero stati in continuo allenamento. Lo stupore della cosa lo lasciò senza fiato. Si fermò, guardò, tastò, sollevò, la gamba, e dall’emozione cadde a terra incredulo. Intanto Jwesua gli si era avvicinato e con gli occhi che gli brillavano, iniziò a beffeggiarlo:
“Ti sei già stancato. Dai poltrone, tirati su e ripassami il pallone”.
Gambadura guardò il ragazzo con intensità ed improvvisamente notò che quel bambino rassomigliava stranamente al piccolo Gesù della statua in chiesa. Si stropicciò gli occhi, non riusciva a credere a ciò che intuiva. Possibile che il piccolo Gesù fosse venuto a giocare con lui? Si alzò di scatto e non fece nessuna domanda. Qualcosa di strano era successo ed ora non aveva voglia di indagare oltre. Desiderava giocare e questo fecero i due bimbi fino a quando il sole era ormai scomparso all’orizzonte. Finito il gioco si salutarono ma Jeshua prima di andar via consegnò il pallone a Gambadura dicendogli:
“Questo tienilo tu e riportalo qui quando vuoi ancora giocare con me”. Poi corse via velocemente.
 Gambadura che in vita sua non aveva mai posseduto un pallone sembrava scoppiare dalla felicità. Guardò il nuovo amico che scompariva dietro la chiesa e rigirando il pallone tra le mani provò ancora a calciarlo. Con suo grande sorpresa la gamba malata era tornata dura. Si sedette pensando di aver fatto un sogno magnifico, ma rigirando tra le mani il pallone che il bimbo straniero gli aveva regalato, intuì che qualcosa di straordinario era avvenuto. Si affrettò a ritornare a casa. Aveva desiderio di raccontare la sua avventura al padre. Dovette tuttavia trattenere la voglia di parlare perché il padre, stranamente, non era ancora rientrato a casa. Beppe arrivò che era già notte fonda. Gambadura si era appisolato su una sedia fuori dell’uscio di casa in attesa del padre. Quando questi arrivò il bambino si accorse subito che non stava bene. Beppe aveva la mano destra fasciata e tutto il braccio legato al collo con un grande fazzoletto. La voglia di raccontare ciò che gli era accaduto si smorzò subito. Comprese che più che parlare doveva ascoltare, capire, ciò che era successo al padre. Beppe intanto, più taciturno che mai, era entrato in casa e si era messo seduto vicino al tavolo. Chiese al bambino un bicchiere di vino che bevve lentamente senza dire una parola. Anche Gambadura si sedette vicino al padre. Avrebbe voluto fargli una carezza ma sapeva che al padre quelle “affettazioni”, così lui le chiamava, non piacevano, per cui rimase in silenzio finché il padre finì di bere.Poi, come parlando a se stesso e intercalando il suo dire con l’esclamazione: “Sono uno stupido” raccontò che si era tagliato la mano con la falciatrice. Stupidamente si era distratto e se non fosse accorso Lorenzo ora avrebbe una mano in meno. Guardò tristemente il bambino e, per la prima volta nella sua vita, con la mano sana accarezzò il figlio.
“Non siamo di certo messi bene noi due” – disse - “tu hai una gamba dura ed io mi sono rotto una mano. Quando vai in chiesa prega la tua mamma che ci aiuti, perché io non so più dove sbattere il capo”. Senza aggiungere altro e senza mangiare nulla si alzò dalla sedia e, trascinando le gambe, iniziò a salire lentamente le scale che portavano alla sua camera da letto. Anche Gambadura si coricò senza mangiare nulla. Prese il pallone che gli aveva regalato Jeshua e si addormentò abbracciandolo.
Il giorno dopo Beppe sembrava un altro. Gambadura non ricordava di essere mai stato chiamato Mario dal padre, né di averlo visto sorridere o rivolgersi a lui in maniera gentile. Non lo aveva mai picchiato, non gli aveva mai fatto mancare nulla, ma sorrisi, gentilezze o carezze, non facevano parte del loro rapporto. Quella mattina, malgrado avesse la mano legata al collo, Beppe era diverso. Aiutò il bambino a preparare la colazione, si sedette vicino al figlio e gli raccontò del suo incidente, della paura che aveva avuto di perdere la mano, di come andava il suo lavoro. Gambadura non sapeva che dire, non era abituato a parlare con il padre, ma sarebbe volentieri saltato sulle sue ginocchia per riempirlo di baci. Ascoltò attentamente, assentendo, con gli occhi brillanti di gioia, i discorsi del padre, e quando questi si alzò dicendo che sarebbe andato ancora dal dottore a farsi medicare la ferità, tutto d’un fiato gli gridò.
“Lo sai che io ieri ho giocato con un bambino straniero a pallone?”
Il padre lo guardò con aria interrogativa e improvvisamente triste il suo volto, osservò la gamba del figlio e malinconicamente disse:
“Va bene, va bene, so che giochi sempre al pallone, ma ti prego Mario, dai retta al tuo babbo: Non pensare troppo a giocare. Il pallone non fa per te e tu lo dovresti sapere”.
“Sì, lo so, ma ieri è avvenuta una cosa strana. Nel giocare con quel bambino io non avevo più la gamba dura, anzi correvo più di lui”.
Beppe, che si era già messo il cappello per uscire, tornò indietro, si levò il cappello e sedette. Con la mano buona lo attirò a sé e lo fece sedere sulle sue ginocchia. La sua voce tremava mentre dolcemente diceva:
“Perdonami se sono stato un padre poco attento a te, ma la morte della tua mamma, il tanto lavoro ed un carattere chiuso, non mi hanno mai permesso di starti molto vicino. Tu però ci credi che il babbo ti vuole bene? Allora dammi retta, non pensare più al pallone ed impegnati a studiare perché, purtroppo, con quella gamba malata, non potrai mai diventare un calciatore”
Il bimbo si alzò di scatto dalle ginocchia del padre e piangendo gli gridò:
“Non dico bugie. Ieri con Jeshua ho davvero giocato e lui mi ha anche regalato questo pallone”,
Strascicando la gamba andò a prendere il pallone e lo mostrò al padre con fierezza. Questi non fece nessun commento. Accarezzò ancora i capelli del figlio, si alzò e, scuotendo la testa, disse tra se: “povero figlio mio”, ed uscì di casa.
 Beppe si sentiva in colpa perché, solo ora che anche lui aveva avuto un incidente, capiva il dramma del suo bambino. Lungo la strada si dava dell’egoista perché aveva rimosso stupidamente i problemi del figlio e si ripromise di stare più tempo con il suo Mario.
Intanto a casa il bambino piangeva abbracciando il pallone. Non era stupido e sapeva di non aver sognato, d’altronde il pallone che aveva tra le mani era una realtà. È vero la gamba non la vedeva guarita. Era come sempre la ricordava, ma era certo di avere giocato con Jeshua con le gambe sane. Era avvenuto un qualcosa che non riusciva a spiegare. Lui sapeva che il giorno prima aveva calciato con tutte e due le gambe. Jeshua non faceva parte dei suoi sogni ma era un ragazzo in carne ed ossa come lui. Inoltre il pallone che aveva tra le mani era la dimostrazione più chiara che non aveva sognato. Non vedeva l’ora di tornare alla chiesetta. Si disse che doveva studiare, come faceva ogni mattina, da quando le scuole erano chiuse, poi aspettare il babbo, mangiare con lui, e soltanto il pomeriggio, sarebbe potuto tornare alla chiesetta.
Quando venne la zia Maddalena a riassettare la casa ed a preparare il pranzo, Gambadura aveva una gran voglia di raccontare alla zia  ciò che gli era successo. Il timore di non essere creduto anche da lei lo trattenne soltanto per qualche minuto. Tutti dovevano sapere che, almeno per qualche ora, la sua gamba era tornata normale. Così, mentre la zia sbucciava le patate, Gambadura raccontò ciò che era successo il giorno prima. La Zia Maddalena lo lasciò parlare. Non lo interruppe mai. Ascoltava attenta mentre continuava il suo lavoro e quando Gambadura finì il suo racconto la donna si asciugò le mani ed abbracciò il nipote. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Strinse a sé il bambino come se questi avesse raccontato la storia più comune e più semplice del mondo. Si asciugò le lacrime e sorridendo gli disse:
“Quando torni a giocare con quel bambino straniero?”
“Ci siamo dati l’appuntamento per oggi pomeriggio” Rispose il bambino felice che la zia gli avesse creduto. Poi pensieroso aggiunse:
“Allora tu credi che non dico bugie?”
“Certo che ci credo. So che sei un bambino bravo e giudizioso e non penso affatto che tu dica una cosa per un’altra. Credo che a tutti, in forme diverse, accadono fatti straordinari che è difficile raccontare. Viviamo chiusi in noi stessi e non ci accorgiamo che lo straordinario non è così inconsueto come si pensa. Tutta la vita, piccolo mio, è un dono straordinario. È sufficiente avere gli occhi innocenti per riuscire a vederlo.”
La storia di Gambadura finisce qui. Non è una storia strana e miracolosa, è la storia di coloro che sono o si fanno bambini e vedono con occhi semplici che il Signore non abbandona nessuno e, come ha promesso, egli è con noi fino alla fine dei tempi.

Letto 1182 volte Ultima modifica il Venerdì, 10 Ottobre 2014 10:48
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