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Venerdì, 01 Ottobre 2010 00:00

Il rigore dei sogni

Scritto da Lucia Iorio
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I nostri sogni sono capaci di attraversare la storia? Quella personale, comunitaria, della società in cui viviamo?
Come sempre mi capita, quando le domande rimurginano a lungo nella mente, vanno poi ad incastrarsi con qualche episodio biblico che, mi pare, dica esattamente quello che è il contenuto delle mie riflessioni, indicando il percorso dell’uomo di ogni tempo.
Questa è stata la volta della vicenda di Giacobbe.
Giacobbe parte da Bersabea e si dirige verso Carrai, nel suo cammino, al tramonto del sole, si corica con una pietra come guanciale e sogna: una scala poggia sulla terra e la sua cima raggiunge il cielo; gli angeli di Dio salgono e scendono per quella scala. Il Signore gli parla e gli promette la terra sulla quale è coricato, gli assicura la sua presenza e la sua protezione, gli promette la benedizione per sé e per la discendenza e per loro a tutte le nazioni della terra.
E’ preso da timore,  riconosce che quello è un luogo terribile, che è la casa di Dio, la porta del cielo. Pianta la pietra che aveva come guanciale, e diventa una stele, versa olio sulla sua cima e promette che se tornerà dal viaggio sano e salvo il Signore sarà il suo Dio. (cfr. Gen. 28,10-22)

Il suo sogno ha bisogno ancora di rendersi storia e lo farà con tutta l’astuzia di cui può essere capace un uomo, per molti aspetti anche discutibile, ma siamo agli inizi della storia sacra e qualche imperfezione si può anche perdonare…
Compra la primogenitura per un piatto di lenticchie, strappa la benedizione a suo padre, si arricchisce e giunge lì, a quella porta del cielo promessa ma mai attraversata.
E’ al fiume Iabbok, manda avanti tutti i suoi e tutti i suoi averi e lui rimane al di qua del guado, gli resta ancora una benedizione da strappare, la più importante. Resta solo e qualcuno lotta con lui: un angelo? un uomo? Dio stesso?
Qui gli viene cambiato il nome, non sarà più Giacobbe ma Israele e qui sarà benedetto (cfr. Gen 32,23-33).

E torno ai miei sogni, sono capace di attraversare la storia fino ad arrivare alla lotta con Dio e con gli uomini? Piego la mia mente, il mio cuore, il mio agire affinché quello che ho intravisto in un sogno trovi all’aurora la benedizione promessa?
Sono i sogni che fanno la differenza, ci sono sogni che costruiscono la storia e la fanno essere storia di salvezza e sogni che allontanano dalla realtà noi stessi e anche gli altri,  “non date retta ai sogni che essi sognano” ammonisce, per questi, il profeta Geremia! (cfr Ger 29,8).
Tutti noi siamo a conoscenza di sogni singoli o collettivi che hanno portato distruzione; quanti cannoni benedetti e non solo! Quante azioni riprovevoli coperte da manti caritatevoli che hanno incancrenito la società. Quanti sogni di benessere e di esercizio di potere mascherati da spirito di servizio!
E la porta del cielo rimane inaccessibile, la nostra lotta non ottiene nessuna benedizione.
Allora rimettiamoci in cammino, qualunque sia la nostra età e la nostra condizione,  laceriamo il nostro cuore, facciamoci mendicanti, poggiamo la nostra testa sulla nuda pietra, riscopriamo la stanchezza della strada percorsa, lottiamo con gli uomini e con Dio, pieghiamo la nostra realtà ai piedi del sogno e ci trovi l’aurora in questa lotta in cui anche se ci rimettiamo, come Giacobbe, un nervo sciatico e ci ritroviamo claudicanti, quello che ci è stato promesso sarà anche realizzato.
Perché nella fede il cammino è possibile in base alla promessa, non in base a quanto ci è dato di riscontrare nell’evidenza. Se aspettiamo di vedere realizzati i sogni per poter camminare, di strada ne faremo ben poca, ma se, intravisto il sogno, ci incammineremo verso di esso i nostri passi si faranno celeri e il  loro ritmo sarà quello del mondo nuovo (cfr. Gen. 28,10-21).

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