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Mercoledì, 01 Dicembre 2010 00:00

Dopo la visita di Auschwitz

Scritto da Pier Paolo Boldon Zanetti
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Vorrei comunicarvi una riflessione che mi ha suggerito la visita del campo di concentramento di Auschwitz, visita che era parte di un pellegrinaggio in Polonia.
Mi ha colpito – tra le tante cose – una fotografia che non avevo notato la prima volta che avevo visitato il campo. È una delle rare fotografie scattate dai tedeschi per documentare le attività del campo: ovviamente le fotografie fatte all’epoca furono pochissime, per evidenti motivi, ma qualcuna i comandanti tedeschi dettero ordine di eseguirne per rendere conto dell’attività svolta.
La fotografia ritrae una colonna di deportati appena arrivati al campo. Si sa che, appena arrivati, i deportati venivano immediatamente smistati: le persone sane venivano incolonnate in una fila a sinistra, mentre quelle giudicate - ad una occhiata di un milite tedesco -  inutili bocche da sfamare (anziani, malandati, handicappati), venivano incolonnate in una fila a destra per essere avviati alle camere a gas e poi ai forni crematori.
Ebbene, la fotografia ritrae questo momento: pur nella non limpidezza, si vede chiaramente una persona, un uomo con i capelli bianchi, appoggiato ad un bastone, che si stacca dalla fila per muoversi verso la colonna di destra. Se si fa attenzione, si nota anche l’indicazione data dal militare con il braccio.
Ecco, qualcuno aveva giudicato che quella persona era indegna di vivere. E chissà se quel militare ha dato quel terribile giudizio per odio o semplicemente come atto di routine, come esecuzione di ordini ricevuti, senza magari neanche dare importanza a quello che faceva, convinto di fare bene il lavoro cui era stato preposto.
Ma oggi non succede così nella nostra società?
Qualcuno ritiene che una vita sia indegna o comunque inutile da vivere e può tranquillamente essere soppressa.
Penso agli aborti. Qualcuno decide che una piccola o grande malformazione rende indegna quella vita di nascere e si convince e convince gli altri che – per il bene del nascituro e di tutti – non c’è spazio per lui nel mondo. Ricordo, non senza brividi, il fatto successo qualche mese fa in Italia (così almeno l’hanno riportato i giornali): dall’ecografia era risultato che il bambino era affetto da “labbro leporino”, una piccola malformazione al labbro che con una operazione chirurgica non eccessivamente impegnativa poteva essere corretta. Ciò è bastato per autorizzare l’aborto, aborto che però non è riuscito e così il bambino è nato ma, siccome si era deciso per l’aborto, è stato lasciato morire per disidratazione.
Penso all’eutanasia ed alla martellante propaganda, che proprio in questi giorni viene fatta con uno spot televisivo. Qualcuno decide che la vita in un determinato stato è solo infelicità e quindi può essere soppressa. E si ammicca compiaciuti, indicando questo come conquista di civiltà. E invece di aiutare la persona in difficoltà, si contribuisce a creare una mentalità che poco a poco, senza accorgersi, porterà a ritenere un dovere “togliersi di  mezzo”.
“Dove c’è amore non c’è dolore” ricordo scritto all’ingresso di un ospedale di Mumbai. Ma evidentemente non essendo più capaci di dare amore, vogliamo togliere il dolore in un modo meno impegnativo.
Penso anche alle tante persone che “qualcuno” ha giudicato non più utili per il “ciclo produttivo” e quindi possono essere senza tanti complimenti sbattute sulla strada, senza lavoro e possibilità di reinserimento. E se qualcuno, incapace di reggere questa situazione, si suicida, vuol dire che era fragile; è un suo problema.
Penso alle tante persone che per continuare ad avere il lavoro (e quindi il sostentamento per sé e la famiglia) devono accettare umilianti soprusi, turni defatiganti, che umiliano la dignità della persona, perché “qualcuno” ha deciso che questo è il modo per far funzionare le cose.
Ecco, è cambiato molto da quel periodo di Auschwitz?
Oggi non si distruggono più le persone per odio o perché appartenenti ad una particolare etnia, anzi oggi le si distrugge o per la loro felicità o perché così “vuole il mercato”; senza odio, probabilmente, ma evidentemente con indifferenza; con la coscienza che, piano piano, senza accorgersi, si addormenta e non si rende conto che una semplice indicazione, con la mano, della colonna che si deve prendere (destra o sinistra, la morte o la vita), come faceva il milite tedesco nel campo di concentramento, non è semplice routine.
                            Giuseppe



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