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Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Lazzaro e il ricco epulone

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Non sono un filosofo, né uomo di lettere ma un semplice scrivano che è a servizio di chiunque abbia bisogno di scrivere qualcosa. Non sono né ricco né povero e porto avanti con grande dignità la mia famiglia, pago le decime e sono fedele alla legge del sabato; credo quindi di essere in grado di scrivere onestamente per tutti coloro che si rivolgono a me.
Mi permetto di scrivere di Lazzaro e del ricco epulone perché conosco bene sia questo che quello. Mi chiamo Alef e posso dire, con onestà, di essere un uomo prudente, parsimonioso, educato e servile quanto basta per non dare fastidio a nessuno. Per prudenza, ma soprattutto per amore della famiglia, non vado mai a una manifestazione di piazza e rifuggo da cortei politici. La politica non fa per me. Inoltre ho un terrore sacro di ogni maestro che sfodera idee nuove. Le idee, quando sono troppo ardite, combinano dei pasticci.
Se scrivo questa memoria del ricco epulone, lo faccio perché mi è stato ordinato e perché sono stato pagato.  Descrivere la vita di un povero è cosa abbastanza complessa, se si vuole indagare nel profondo del suo essere. E più semplice parlare di un ricco perché costui ha ritmi e pensieri che si susseguono con cadenze regolari. Non ha l’assillo del pane, non si preoccupa dove riposare, se riesce. Ha molti amici che regolarmente si ricordano di lui e lo vezzeggiano con regali di cui non ha assolutamente bisogno (i ricchi, infatti, tra di loro si fanno regali inutili). Non ha problema di sporcizia fisica, né tanto meno si pone problemi morali perché è convinto di essere sempre, o quasi sempre, nel giusto. Non ha bisogno di rubare, o se lo fa, il fatto non gli è attribuito come reato perché un ricco è sempre al di sopra di ogni sospetto. La sua prodigalità lo fa sentire a posto anche quando spende per un vestito, o in una serata passata tra amici, quanto basterebbe ad un povero per vivere molti anni della sua vita. I ricchi si credono non solo baciati dalla fortuna, cosa che non dispiace, ma arrivati a quella ricchezza perché meritevoli di possederla. Inoltre, tengono, in proporzione alle loro fortune, schiere più o meno numerose di cortigiani che hanno il compito di elogiarne le virtù, di esaltarne la capacità amministrativa e di applaudire in continuazione per ogni loro azione.
Altra caratteristica comune dei ricchi è quella di sentirsi generosi con i poveri ai quali donano molto di più di quanto questi meritino. Tutti i ricchi sono convinti che i poveri sono tali perché, in fondo, lo vogliono; cosi come essi vogliono essere ricchi. Il loro rapporto con Dio è di tipo accomodante e spesso si sentono molto amici con Jahvé. Tra ricchi e potenti, pensano, ci si intende bene. Dio non può non stare dalla loro parte, visto che ha benedetto in grande misura le loro ricchezze, tanto da farle aumentare. Perciò giustamente allungano i loro filatteri, passeggiano orgogliosi nel tempio e invitano spesso i sacerdoti alle loro mense.
Per un povero le cose non sono così lineari. I poveri sono cacciatori per costituzione e costringono, se si vuol descriverli, a seguirli in questa caccia per soddisfare i loro bisogni primari: mangiare, bere, riscaldarsi, dormire. Come tutti sanno, quando si va a caccia, il cacciatore è costretto a tirare di arco e ciò significa, anche se in forma lieve, guerreggiare. Credo che la vita di un povero potrebbe riassumersi cosi: una guerra che si protrae per tutta l’esistenza al fine di procurarsi di che mantenersi in vita. Ora, chi è in guerra non va tanto per il sottile e per lui tutto è lecito purché gli procuri ciò di cui ha bisogno. I poveri, non avendo niente da perdere, non tengono in nessun conto il bene grande che è la famiglia; per un po’ di pane, sono capaci di vendere persino i figli. So anzi, con certezza, che insegnano ai piccoli come procurarsi il cibo anche violando la legge che punisce severamente chi si appropria di cose altrui. Non credo, poi, che un povero abbia amici perché l’amicizia ha delle regole precise per essere coltivata. E’ necessario zapparla ogni giorno con la zappa della pazienza e fertilizzarla con il concime della bontà.
L’amico, dice il libro sacro, è un tesoro e loro sono capaci soltanto di dilapidare tesori e non di conservarli. Sono, inoltre, convinto che il loro Dio non è il Dio di Israele che ha fatto un patto con il nostro popolo, ma lo immaginano come un recipiente da cui è possibile ricavare ogni bene senza dare in cambio nulla. Il loro dio è una specie di macchina che deve stare a  loro servizio e spesso lo ingiuriano quando non ottengono ciò che chiedono. Avviene così che spesso si vedono nella sinagoga assorti nella preghiera mentre altre volte si comportano come atei disposti a darsi a dei stranieri pur di aver lo stomaco pieno. Delle feste liturgiche amano soltanto quelle in cui è possibile banchettare e ballare, mescolando, incautamente, il sacro e il profano. Sono comunque convinto che preferiscono le religioni pagane perché hanno molti dei. La nostra ha un solo Dio ed è difficile imbrogliarlo, mentre per le altre avendo una miriade di dei è più facile ottenere da un dio quello che un altro ha negato. Non vogliono un solo Dio come non vorrebbero un solo lavoro, anzi non vogliono nessun lavoro che sia metodico. Sia l’unità di Dio che l’unicità del lavoro sono troppo monotone. L’unica cosa che non sono riuscito a comprendere dei poveri è il loro grande desiderio di vedere sempre più bello e più ricco il tempio di Gerusalemme.
Ho visto, spesso, con i miei occhi, molti poveri gettare nel tesoro del tempio tutto ciò che avevano. Mi sono convinto che i poveri non hanno misura delle cose. Se sono cosi generosi con il tesoro del tempio, credo lo siano per l’incapacità di saper risparmiare. Non hanno neppure la cognizione del tempo che passa veloce e di conseguenza non pensano al domani, alla malattia che potrebbe colpirli, alla vecchiaia. Vivono una vita meschina racchiusa in una giornata; di conseguenza non hanno né passato né avvenire: tutto si risolve in un giorno. Fatte queste semplici premesse è possibile, certo con approssimazione, tracciare le linee essenziali del povero Lazzaro e del Ricco Epulone. Di quest’ultimo la storia non ha lasciato il nome in quanto, come dicevo poc’anzi, i ricchi sono talmente uguali ed ordinati che uno vale l’altro; per cui, descritto uno, si ha l’idea di tutti gli altri.
Cosi non avviene per i poveri, che sono uno diverso dall’altro. I poveri, infatti, organizzano le loro guerre private a secondo del grado di intelligenza. Prima, però, di parlare di Lazzaro il povero, è doveroso tracciare, sia pur brevemente, il profilo del ricco epulone ben sapendo che sarebbe sufficiente rimandare il lettore alla sua esperienza personale. Se mi permetto di descrivere costui, non è per mancanza di stima dei miei lettori, ma perché mi sembra che ciò renda più chiara la figura di Lazzaro (a cui ho pensato di dedicare questa memoria scritta).
Ho conosciuto personalmente il ricco epulone ed ora posso rivelarne il nome sentendomi più libero nei suoi confronti.
Costui si chiamava Egeo e si era trasferito da noi a Cafarnao già avanti con gli anni dopo essersi fatto costruire una casa prospiciente il nostro mare di Galilea. Aveva molti figli, non ricordo bene il numero, perché raramente venivano tutti insieme a trovare l’anziano Egeo; ma credo che neppure lui sapesse con precisione quanti figli avesse. Parlava sempre tanto volentieri delle sue ricchezze, dei suoi acciacchi, delle sue avventure con le donne e del suo fiuto nell’accumulare denaro. Aveva, inoltre, un alto senso dello Stato, di come doveva essere amministrato, guidato e sostenuto e, inoltre, vantava amicizie altolocate essendo imparentato con il sommo sacerdote Caifa. I figli, certo, li amava molto, ma per lui era cosa scontata quest’amore: infatti, si vantava di aver dato a ciascuno di essi denaro sufficiente da poter vivere senza preoccupazioni.
Qui a Cafarnao Egeo era amato e stimato da tutti perché essendo, come si dice dalle nostre parti, “una buona forchetta” invitava spesso i notabili della  città alla sua mensa ed era a sua volta contraccambiato. D’altronde, ripeteva spesso: “Quando si raggiunge la mia età, dei cinque sensi rimane valido solo il gusto e, grazie a Dio, questo mi è stato dato in abbondanza”. Ed io posso con sicurezza affermare che Egeo non lesinava in lauti banchetti in quanto vi partecipai molte volte. Confesso comunque che, malgrado io fossi giovanissimo a quei tempi, non ho mai compreso come riuscisse Egeo a mangiare e a digerire tutto ciò che mangiava. Sembrava un leone affamato più che un uomo. I suoi banchetti duravano ore ed ore, certo intercalati da piccoli spettacoli, quasi sempre, magistralmente eseguiti dalle ragazze giovani e belle che gli procurava Anuk l’etiope. Spettacoli che facevano gridare di gioia Egeo. I ricchi sono semplici e battono le mani quando sono contenti;  e l’epulone era un uomo contento e soddisfatto di sé. Quando il banchetto finiva e i commensali si riposavano, Egeo, sempre col volto ilare, li intratteneva, nutrendo la loro intelligenza con discorsi di altissima qualità, ma anche raccontando barzellette o cantando canzoncine.
Anche qui non voglio tediare oltre i miei illustri lettori sugli argomenti che Egeo trattava perché sono facilmente intuibili da ciò che ho esposto poc’anzi.
Viste le mie rudimentali qualità letterarie mi sarà, invece, difficile tratteggiare la vita di Lazzaro. Mi si scuserà, perciò, se non sarò sufficientemente chiaro.
Lazzaro era molto più giovane di Egeo e penso che avesse più o meno la mia età malgrado sin da ragazzo dimostrasse una precoce predisposizione all’invecchiamento. Sembra che fosse stato abbandonato dai suoi genitori in una discarica di immondizia a causa di una malformazione alla gamba destra che inspiegabilmente era cresciuta scheletrica e fragile da costringerlo a zoppicare, dondolando come ubriaco. A differenza del nobile Egeo, non credo abbia mai fatto in vita sua un’azione, non dico buona, ma neppure appena appena lodevole. Iniziò a rubare e a mentire sin da bambino e, con il trascorrere del tempo, divenne tanto furbo che era difficilissimo prevederne le azioni. Non credo di averlo mai visto frequentare la sinagoga e penso non abbia neppure osservato mai il sabato, anzi in città molti sostenevano, ed io con i più, che Lazzaro proprio di sabato visitava con assiduità i pollai riuscendo, con arti magiche, a far tacere i cani. Una mia vicina di casa, più volte derubata di uova e polli, sosteneva che Lazzaro era riuscito a farsi amare dal suo cane di guardia raccontandogli delle storie. Io, per fortuna, non ho mai creduto a quanto la donna asseriva, però ho visto spesso che i cani facevano sempre festa allo zoppo. Il fatto è che non lo si trovò mai sul luogo del delitto perché, malgrado la sua infermità, riusciva sempre a dileguarsi come una biscia. Non ebbe nella sua vita nessun interesse né religioso né culturale. A questo proposito ricordo il dolore del nostro rabbino nei suoi riguardi. Il pover’uomo, quando lo vedeva, scuoteva la testa costernato perché si sentiva incapace di trarre da Lazzaro qualcosa di buono. Una volta che il rabbino incontrò Lazzaro accoccolato ad un angolo della nostra città nella disdicevole funzione di succhiare un osso, credo rubato, per l’appunto, al cane del religioso e da questi apostrofato in modo cortese su quell’azione assai disdicevole, si sentì rispondere con sfrontatezza che non era lui che aveva tolto l’osso al cane ma che questi, il cielo mi perdoni se trascrivo l’impudenza dello zoppo, di sua spontanea volontà glielo aveva offerto.
Debbo riconoscere, comunque, che Lazzaro eccelleva nelle arti magiche di addestrare gli animali. Tutti, infatti, qui a Cafarnao sono pronti a giurare di averlo spesso visto parlare ai pesci e conversare con gli uccelli. Certo, sono cose dell’altro mondo, perché con gli uomini non parlava mai e, giustamente, era da costoro evitato per il cattivo odore che emanava. Unico gesto che faceva, anche con troppa frequenza, era quello di allungare la mano nel chiedere. Ma il suo, credetemi, non era un chiedere normale, era una specie di violenza che tutti noi si era costretti a subire perché, lo sciagurato, ti seguiva con insistenza, roteando i suoi occhi e trascinando la sua gamba, maleodorante al punto che la povera gente di Cafarnao era costretta a gettargli qualcosa. Se, poi, qualcuno disturbato da questo suo modo indecente di chiedere si rifiutava di esaudire la sua famelica voracità, allora Lazzaro iniziava a guaire come un cane ferito tanto da spaventare donne e bambini, per cui il furbastro otteneva con la paura ciò che altrimenti non avrebbe avuto.  Ma a ripensarci bene era proprio malandato e zoppo come appariva? Io credo fermamente che in lui albergasse la finzione perché è inverosimile vederlo sempre claudicare e nello stesso tempo agilissimo nel districarsi nelle macchie di rovi al tempo delle more. Voi non mi crederete, ma una nuvola di cavallette affamate non poteva gareggiare con lui. Riusciva ad afferrare more tra i rovi più intricati lasciando le piante prive di ogni frutto. Tanto che si diceva: “è passato Lazzaro” per significare che tutto era finito.
Vivevano altri poveri a Cafarnao, ma ognuno era un mondo a sé. Vi era chi passava di casa in casa a chiedere del cibo, chi frequentava con assiduità il porto, chi la sinagoga e chi era disposto a fare piccoli lavori per ottenere il cibo. Solo Lazzaro, che io ricordi, era un non abitudinario per cui oggi lo si vedeva in un posto e l’indomani in un altro. Alcuni sostengono di averlo visto pregare al tempio di Gerusalemme, cosa molto improbabile, perché non si riesce a credere come abbia potuto raggiungere la città santa con quella gamba scheletrica.    
Se la cosa, però, risultasse vera, intendo il recarsi a Gerusalemme, non credo che Lazzaro vi sia andato per pregare.
Lazzaro dormiva ora in una grotta, ora su un albero, ora in un fienile e, per quella sua strana magia, riusciva sempre, quando l’inverno spazzava con il suo gelido vento il nostro capo, ad ipnotizzare qualche animale, cani e gatti per lo più, ma anche asini, cavalli, mucche e vi è anche chi giura di averlo visto dormire con qualche lupo.
Come avrete capito, non è che io stimassi molto Egeo il ricco ma, con onestà, debbo confidarvi che neppure Lazzaro mi era molto simpatico per cui oggi, dopo tanti anni dalla morte di entrambi, mi ritrovo imbarazzato a scriverne soprattutto dopo che un certo Gesù, che alcuni veneravano come un grande Rabbi, li ha resi famosi.
Permettetemi che ve lo dica con molta sincerità:  per me, sia Lazzaro sia il ricco epulone sono stati due personaggi come ve ne sono tanti dalle nostre parti e non meritavano tanto chiasso sulle loro storie. Ma la vita è cosi: quando uno entra nell’ingranaggio della notorietà non è più capace di uscirne fuori e dopo tanto tempo si continua a ricordare il racconto di quest’ultimo banchetto di Egeo l’epulone e di Lazzaro lo zoppo che raccoglie le briciole sotto il tavolo e della morte di entrambi. Per me accetto volentieri l’ignavia di cui mi sono nutrito, in tutti questi anni, e ringrazio Dio di non essere né come Egeo né come Lazzaro per cui mi attendo un giudizio clemente da parte dell’Altissimo.

P.S. Gesù diceva alle folle: “Quando vedete una nuvola salire a ponente, subito dite: Viene la pioggia, e cosi accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e cosi accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lc 12, 54-57)

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