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Martedì, 01 Febbraio 2011 00:00

Se non è un miraggio

Scritto da Lucia Iorio
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La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani è per me sempre un momento importante; la nostra attività ecumenica ha il suo centro e il suo compimento nel rendere lode e grazie al Signore per quanto ci concede di vivere insieme nella diversità.
Il tema di quest’anno: “Uniti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera”  (Cfr. Atti 2,42), un dato semplicissimo nella sua esposizione, ma, per chi si è avventurato un po’ nella storia di percorsi comuni, altrettanto difficile da veder realizzato.
Ho riflettuto molto, pensando di scriverne, volendo evitare lamentele e disfattismi.
Quando rifletto molto, però, capita che spesso mi ingarbuglio; tanti argomenti vanno e vengono dalla mia mente e difficilmente trovano coerenza espressiva. Abbiate pazienza!
Dunque, un insieme perfetto, come quello della comunità descritta negli Atti degli Apostoli, possiamo mantenerlo come orizzonte ideale e noi rimanere al di qua, nelle nostre beghe quotidiane, oppure tentare di trovare un qualche riscontro.
Ora che il “dato ingenuo” nel nostro mondo non è più tanto considerato, noi che vogliamo ancora dirci Cristiani (cioè appartenenti a Cristo) siamo interpellati in senso forte a “dire” in che cosa consiste il nostro credere, a delineare il volto di quel Gesù Cristo che abbiamo incontrato tanto da non farlo rimanere solo nell’orizzonte delle fantasie, ma anche da poterlo far toccare.
Oggi vari Dan Brown (quello che ha scritto Il codice da Vinci, per intenderci), supportati da indagini che  vogliono definirsi “scientifiche”, ci presentano un volto di Gesù altrettanto fantastico, ma più attraente per la sensibilità dei nostri tempi.
Un  insieme perfetto eserciterà anche qualche fascino, ma vuoi mettere indagare nel rapporto fra Gesù e la Maddalena? Fossero 400 pagine o 800, si leggono di un fiato da cima a fondo. Leggere le letture della liturgia della Domenica …e chi lo trova il tempo?
La dose di discernimento che ci è chiesta è molto elevata, perché è anche il nostro interesse a guidare il mercato, chi ha l’occhio su queste cose “sente” cosa ci deve propinare.
Tra le tante notizie che mi investono, come penso capiti a molti, inchiodandomi con le spalle al muro nella mia colpevolezza e nella mia impotenza, c’è stata, ultimamente, quella del dramma dei contadini cinesi, costretti a dipendere dalle multinazionali. Queste hanno distribuito loro gratuitamente le sementi, che hanno prodotto frutti abbondantissimi; ma le piante sono sterili, non si riproducono e i contadini devono poi acquistare a caro prezzo i semi dalle stesse “generose” multinazionali. Molti sono caduti  nella disperazione e si sono suicidati.
Rischiamo così anche noi cristiani? Nel nostro orizzonte c’è un miraggio o una storia realizzata?
Non è un rischio di poco conto: se corriamo dietro ai miraggi ci troveremo non solo a pancia vuota, ma anche senza il messaggio sostanziale che ci permette di avere un senso nella nostra esistenza.
Provengo da una cultura contadina, povera, che conosce la fatica della terra, quindi non voglio fare un ulteriore quadretto bucolico; non sono stati bei tempi, quelli della mia infanzia, e ben venga tutto ciò che può alleviare la fatica e far crescere un raccolto.
Però una cosa voglio salvaguardare della mia provenienza: i miei nonni e tante generazioni. Hanno patito la fame, ma non hanno mai mangiato i semi!
Me li ricordo ancora i vecchietti, sceglievano la pannocchia più bella, lasciavano indietro una zucca  e così per ogni ortaggio e cereale, il migliore rimaneva lì a maturare e a produrre i semi: frutto più bello per il domani.
Quello che abbiamo da custodire è il “principio” della vita; la nostra fede è costitutivamente fatta di annuncio, ovvero, consegna alla storia presente del frutto che apre al domani.
Possiamo giocare con tante cose, mangiare a proposito e a sproposito; la Scrittura ci dice che abbiamo mangiato anche del frutto proibito, abbiamo trasgredito all’ordine della creazione, ma questa non è stata la fine.
Il Creatore non ci ha abbandonati a noi stessi; Dio ha scelto di parlare ad un popolo e attraverso un popolo, fino a farsi carne nella persona di Gesù di Nazareth, pur di riportaci alla nostra origine, al nostro “principio”.
“La formazione della Scrittura si configura come un processo della parola che a poco a poco dischiude le sue potenzialità interiori, che in qualche modo erano presenti come semi, ma si aprono solo di fronte alla sfida di nuove situazioni, nuove esperienze e nuove sofferenze”, scrive Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth.
Questo è il nostro compito, raccogliere le sfide di questa terra e legarle nell’orizzonte della fede.
Se crediamo che il “seme” della vita è custodito nella morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola del Padre, dobbiamo anche reggere “la verifica” che il nostro tempo ci impone. Quel seme dobbiamo saperlo dischiuso per noi, per la nostra esistenza; solo così possiamo consegnarci al domani come frutto ancora vitale.
Allora il tema della “comunità perfetta” se non è un miraggio… sarà un viaggio! Sarà una fede in cammino, una fede che riconosce la storia come luogo del suo incontro con Dio e luogo di realizzazione della propria umanità. Un viaggio non semplice, certo, per tutti quelli che, come me, sono complicati (i semplici hanno vie più dirette); un viaggio  che attraversa  il deserto della solitudine, percorre i sentieri del disincanto, si insinua negli anfratti del cuore per giungere lì, a piccole zolle, solo piccole zolle di terreno comune. Oasi sempre precarie, ma santuari dove inginocchiarsi e pregare, dove il radicamento del seme si rende possibile e l’oggi vive già di futuro.
Coraggio dunque, la strada ci è aperta da Colui che ci ha detto “Io sono la via, la verità, la vita”, a noi è chiesto solo seguire, nella piena fiducia che la disponibilità della terra non conosce confini. E l’orizzonte capovolto ci permette di vivere già nel cielo del suo Regno.

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