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Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Zaccheo

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Quando Zaccheo si alzò dal tavolo dove aveva meticolosamente riordinato i conti della giornata, gli brillavano gli occhi. Si versò una coppa di vino e, da buon intenditore, la sorseggiò lentamente. Era convinto che il vino non doveva essere bevuto, né tanto meno ingurgitato, per lui era assolutamente impossibile bere il “nettare degli dei” senza prima averlo gustato con l’intelligenza facendovi partecipare tutti i sensi. La natura lo aveva privato di un fisico normale. Era infatti piccolo di statura grassoccio ed impacciato nel camminare, ma in compenso gli aveva donato occhi vispi, una furbizia fuori del comune, e un grande concetto di se. Per lui non era importante essere bello ma credersi bello, vedersi bello, intelligente e sentirsi un vero israelita pio e osservante della legge. Molti a Gerico lo consideravano avaro, ma lui si sentiva un principe rispettoso di tutto ciò che possedeva. Ciò che era suo doveva essere curato, amato, e conservato. Nulla di ciò che possedeva non aveva valore.
 Era stato scelto dal governatore romano come esattore per questa sua  capacità di valorizzare tutto ciò che toccava. Zaccheo non riusciva a comprendere come non si potesse gioire o soffrire per avere o non avere uno spicciolo. Sosteneva che ogni dracma è sempre composta da tanti spiccioli, e considerava demente chi non sapeva gustare la gioia del possesso, anche quando questo era minuscolo. Sosteneva che una coppa di vino è sempre fatta di tante gocce e nessuna goccia va sciupata.
In realtà, come ogni avaro, era convinto di non essere così ricco, come la gente diceva, ma, con altrettanta sicurezza, era fiero e felice di ciò che aveva. Sin da ragazzo suo padre gli aveva inculcato che non è necessariamente stabilito che i ricchi siano di per sé felici, ciò che è importante e determinante per la felicità è risparmiare, conservare e accumulare.   
Dei filosofi greci, passati recentemente da Gerico, gli avevano insinuato che l’essere era meglio che l’avere. Lui, sempre untuoso con tutti, rise di questa affermazione che gli pareva campata in aria. Per Zaccheo l’essere senza l’avere non esisteva. E accarezzandosi la barbetta aguzza li lasciò dire, mentre in cuor suo, era convinto del contrario. Per lui un uomo che non ha è un uomo che non è. “Cosa sei se non hai?”
 Da ebreo era convinto che persino Jahvé sarebbe stato un povero Dio senza il creato. Si diceva che anche Dio centellinava, come stava facendo lui con il vino, le cose che aveva fatto. La Torà lo sottolineava più volte e nessun rabbino gli aveva mai fatto cambiare opinione. Non era forse scritto: “E Dio vide che era cosa buona?”.
Così gli sembrava di essere, anche lui nel suo piccolo, dio della sua roba. Guardò con orgoglio la sua casa, i suoi campi che si perdevano a vista d’occhio oltre l’uscio.
Quel giorno sentì una tenerezza tutta particolare per la sua giumenta che con altrettanta calma e beatitudine oziava nei suoi campi. Mentre il vino scendeva a piccoli sorsi nella sua gola assetata e i suoi occhi accarezzavano la sua vasta proprietà fu distratto da una voce femminile acuta e dolorante che chiedeva con insistenza ad un suo servo di vedere il “generoso” Zaccheo.
Questi, con disappunto, finì il vino rimasto e sorrise al pensiero di essere stato chiamato generoso. Di fatto tale si considerava. Non era infatti per generosità che lui si privava di parte dei suoi guadagni per alleviare le sofferenze altrui? In Gerico si sentivano tutti talmente ricchi da spendere più di quanto possedessero ed era lui, lui solo, che spesso ne pagava le conseguenze. E’ vero che pretendeva la restituzione, con interessi vari, ma il rischio era ben più grande di quanto richiedeva in cambio. Era altresì convinto di essere generosissimo nel fare prediche sul valore del denaro e queste non erano ... fatiche del tutto gratuite? I suoi uditori, purtroppo per loro, non ne approfittavano mai. Erano così avidi nel cercare denaro che ascoltavano più l’ingordigia di un possesso immediato che la saggezza dei suoi consigli.
Si asciugò la barba ancora umida e profumata di buon vino e a passetti corti e agili si diresse verso la porta. Fece entrare nella stanza un fagotto di stracci sotto il quale si intravedeva un essere umano. Sembrava più un sacco d’immondizia semovente che una donna.
Zaccheo non si scompose e gentilmente chiese in che cosa potesse essere utile. Il sacco di stracci tirò fuori una mano e con questa liberò una parte del volto. La voce acuta e lamentosa proferì un diluvio di parole intercalate da singhiozzi che irritarono l’usuraio tanto che, ad un ennesimo sfogo di pianto della donna, non ne poté più e gridò: “Senti, Zepora, o ti decidi a dirmi ciò che vuoi oppure vai fuori, finisci di piangere, e torna più tardi. Oggi non ho nessuna voglia di ascoltare il tuo pianto”.
La donna cessò di piangere all’istante e gettandosi ai piedi di Zaccheo disse con un filo di voce: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo si mise a passeggiare su e giù per la stanza per alcuni minuti. Tossì a lungo, guardò la donna e scoppiò in una risata sonora, squillante, grassa e paciosa come gli capitava di rado. Fu così fragorosa la risata che Zepora dapprima ne rimase stupita poi, come contagiata dal ridere del pubblicano, iniziò anche lei a ridere. Dapprima un riso timido, poi sempre più fragoroso tentando con evidente sforzo di accordare il suo riso all’uomo. Risero entrambi per un certo tempo finché Zaccheo, tenendosi la pancia, non si sedette stanco da quel riso che gli era scoppiato violento e corposo. La donna durò ancora qualche attimo e quando sollevò il volto guardò con timore l’uomo. Rimasta sdraiata in terra appoggiò ambedue le mani al volto in attesa che un qualcosa di pesante le dovesse da un momento all’altro precipitare sul capo. Lentamente si ricompose, si assestò gli stracci, come poteva, e rimase seduta sulle gambe guardando con gli occhi allucinati, febbricitanti, il pubblicano che stava con cura riponendo la fiasca da dove poco prima aveva cavato il vino. Gli occhi della donna seguivano attenti ogni mossa di Zaccheo come un cane segue, pur restando immobile, ogni gesto del padrone. Quando Zaccheo finalmente guardò negli occhi la donna questa abbassò lo sguardo e ripete con voce piagnucolante: “Ho bisogno di un talento”.
Questa volta Zaccheo non rise ma iniziò a parlare a voce alta più rivolto a sé che alla donna: “A Gerico la gente è convinta che io il denaro lo accumulo sfregando le mani per magia. Scambiano la mia innata bontà in dabbenaggine. Sono rovinato, non può essere che così, infatti si deve essere sparsa la voce in Gerico che Zaccheo è diventato tanto matto da prestare un intero talento anche ad una donna come Zepora”.
Poi rivolto alla donna le urlò: “No, mia cara,  Zaccheo non è matto e non getta le sue fatiche al vento come fate voi. Gerico é una città di folli dissipatori, nessuno pensa al domani. Si guadagna dieci e si spende quindici. Si vive senza prospettive, senza impegno e senza amore del risparmio; come se la vita fosse un gioco che finisce ogni giorno. Cara la mia donna io - e calò la voce su quel pronome - io non mi sono neppure sposato perché sapevo di non potermi permettere di mantenere una donna. Tu invece - non contenta di prenderti un marito - ne hai voluto un secondo quando la misericordia di Dio ti aveva liberata del primo. Oggi ti ritrovi con un uomo che ti bastona, ti fa lavorare come e peggio di un asino, e ogni anno ti fa partorire un figlio. E poi vieni da me a chiedere prestiti. Ti è saltato il cervello e chiedi un talento a me che i talenti non li ho mai visti circolare nella mia borsa. Lo sai che con un talento ci si compra una casa?”.
La donna annuì mansueta e rassegnata e Zaccheo riprese: “Chi credi di essere? La regina di Saba?”.
La donna scosse la testa in segno di diniego. Era abituata a ben altre scenate per scoraggiarsi. Avrebbe continuato all’infinito a rispondere paziente ed umile sì e no a seconda delle richieste di Zaccheo. I poveri hanno sempre paura di parlare con i ricchi. Questi però era ormai stanco di ascoltare altre lamentele della donna, per cui tagliò corto e venne al dunque: “Allora, Zepora, questa volta cosa mi dai a garanzia dei cinque spiccioli che ti posso prestare?”.
La poveretta trasse da sotto i suoi stracci uno scarabeo d’oro di squisita fattura e timidamente lo mostrò all’usuraio.
Zaccheo non riuscì a nascondere lo stupore e mostrò interesse e cupidigia così palesemente che la donna, ancora più impaurita, ritrasse la mano in cui teneva il gioiello e ripeté la richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo nel frattempo si era ricomposto. Deglutì la saliva, e gli occhi che poco prima sfavillarono maliziosiosamente furbi, tornarono torbidi. La sua voce si adeguò alla nuova situazione e, con voce mutata e melliflua, riprese: “Benedetta donna tu davvero credi che un pover’uomo come me possieda tanto denaro da potersi permettere di prestare un talento? Se fossi così ricco non farei questo mestiere, vivrei a Gerusalemme o a Roma, non in questa città, né sarei un servo dei romani e non abiterei in questa spelonca. Se tu sapessi quanti bocconi amari deve mandare giù un povero pubblicano come me! Odiato e messo in disparte dal suo stesso popolo. Potrei anche io partecipare il sabato alle funzioni in sinagoga e non essere additato ai giovani come uno da evitare. Non credere poi che i romani mi guardino con simpatia, malgrado lavori per loro onestamente. E’ un inferno, credimi, Zepora”.
Mentre parlava, il pubblicano si era lentamente avvicinato alla donna tanto da toccarla. Quando le fu vicino tese la mano cercando di celare l’emozione e le chiese di esaminare meglio lo scarabeo. Zepora sembrò dapprima timorosa, poi consegnò il gioiello ripetendo con la sua voce stridula: “Ho bisogno di un talento”.
Zaccheo nel frattempo non riusciva a frenare l’emozione tanto lo scarabeo gli piaceva. Lo esaminò con cura, lo soppesò, lo guardò in controluce e cercando di non farsi notare dalla donna lo accarezzò lievemente. Poi sospirando lo posò su un tavolo.
La donna stette qualche attimo in silenzio, poi riprese con voce lamentosa la sua perorazione: “Generoso Zaccheo, ho bisogno di un talento”.
L’usuraio che le voltava le spalle stava riflettendo sul da farsi. Aveva bisogno di tempo per cui non rispose subito. Questa sentendosi abbandonata al proprio destino indietreggiò facendo l’atto di uscire. Zaccheo si voltò e la fermò con un cenno e sorridendo iniziò la sua danza di parole convinto, come sempre, di riuscire ad incantare la donna.
    “Certo - le disse - lo scarabeo è un discreto gioiello ma, siamo onesti, cara Zepora, quello che chiedi è un prezzo esagerato. Una tale somma potrebbe, in tutto Israele, dartela soltanto Erode”. Poi si fermò come colto da un improvviso pensiero e guardando fisso quel mucchio di stracci quasi le urlò : “Chi dice poi che lo scarabeo ti appartiene? Tu sai bene come sono puniti i ladri ed io non voglio compromettermi. Ci mancherebbe pure che Zaccheo venga arrestato per complicità con una ladra! Perciò se questo scarabeo è un furto io ti aiuterò a restituirlo al suo legittimo proprietario e, con la mia intercessione, riuscirò a non farti punire”.
Zepora, che per tutta la scena era rimasta semi nascosta sotto gli stracci che l’avvolgevano, nel sentirsi accusata di furto raddrizzò il corpo scoperse la testa e, come una leonessa ferita, si avventò verso il tavolo dove era posato il gioiello e se ne impossessò quasi travolgendo l’usuraio. Si precipitò verso l’uscio gridando la sua innocenza quando Zaccheo, più lesto di lei, le sbarrò il passo e con voce calma la rassicurò: “Io non ho detto che il gioiello è stato rubato ma ho semplicemente fatto una ipotesi. Con voi non si può parlare neppure a vostro vantaggio. Va bene, soggiunse, siediti e parliamo di quanto onestamente chiedi per lo scarabeo”.
E la donna, coprendosi ancora il capo, ripetè monotona la richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
“Ecco, vedi? Con te non si può trattare” disse Zaccheo scoraggiato.
 “Voglio essere generoso perché ti conosco e so che se vieni a chiedere è perché non ne puoi fare a meno”. Deglutì e riprese con fatica: “Io più di cento denari non posso darti”.
La donna lo interruppe e con decisione ripetè la richiesta: “Ho bisogno di un talento. Timeo vuole cacciare Bartimeo da casa a causa della sua cecità ed io non voglio che mio figlio diventi un accattone senza neppure un tetto sotto il quale riposare”.
 “Comprendo, brava donna - riprese Zaccheo - ma Timeo ha ragione. Vostro figlio Bartimeo é ormai grande ed é cieco dalla nascita. E’ ora che vada, come tutti i ciechi, ad elemosinare il suo mangiare. Che c’è di tanto strano nella richiesta di tuo marito Timeo? Pensa che guaio se i genitori dovessero pensare a tutti i figli ciechi paralitici e lebbrosi. Ognuno deve pagare di persona i propri errori e le proprie disgrazie”.
Zaccheo, come tutti gli ebrei del suo tempo, sapeva che ogni infermità era causata dal peccato che l’ammalato aveva commesso. Il suo era un ragionamento plausibile alla sua mentalità per cui riprese: “Lascia che Bartimeo viva la sua vita e torniamo allo scarabeo. Allora sei contenta se ti do cento denari? Guarda vado a prenderli e non ne parliamo più”.
Zepora, più testarda di un mulo, non volle sentire ragioni e per l’ennesima volta ripeté con tono deciso la sua richiesta: “Ho bisogno di un talento”.
La tattica di Zaccheo consisteva nello stancare le vittime con la sua eloquenza e sapeva che soltanto dopo molte ore i suoi clienti cedevano.
Così avvenne anche per Zepora che, malgrado la sua disperazione, cedette lo scarabeo per duecento denari (ottocento denari in meno di quanto aveva chiesto).
Alla fine l’usuraio era stanco e giustificava in cuor suo l’affare fatto con la fatica sopportata, legittimando il suo operare perverso sentendosi generoso e pio.
Non è forse una caratteristica dell’uomo addomesticare la propria coscienza? Guai se così non fosse perché altrimenti si vedrebbe una buona parte dell’umanità torcersi giorno e notte consumati dai rimorsi. Il giudizio normalmente viene formulato sulle coscienze altrui. Chi sbaglia sono sempre ed inevitabilmente gli altri.
Così Zaccheo, anche quella notte, riposò tranquillo con la coscienza a posto. L’usuraio non aveva previsto che l’indomani per Gerico sarebbe passato Gesù e la sua vita sarebbe cambiata.
P.S. La storia dice che anche il figlio di Timeo e di Zepora incontrò il Figlio di Dio ed anche costui fu inondato di luce.

Letto 1378 volte Ultima modifica il Venerdì, 10 Ottobre 2014 00:11

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