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Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

In viaggio con Giona

Scritto da Irene Larcan
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Lo scorrere veloce del tempo ci immette nella corsa della vita e la liturgia ci fa percorrere i misteri della nascita, vita, passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, eventi che hanno più di duemila anni, ma che si ripetono, giorno dopo giorno, nei tanti momenti della vita di ciascun uomo sulla faccia della terra. E mentre sotto i nostri occhi scorrono immagini terrificanti: di “onde anomale” e terremoti non voluti dall’uomo, di disastri di cui sono responsabili gli interessi, l’indifferenza, la superficialità di tanti, e di migliaia di poveri cristi che le decisioni politiche rimandano in mare, le domande senza risposta sono innumerevoli. Io, ma penso come me altri cristiani nel mondo, sono alle prese con interrogativi cui non trovo risposta e con la tentazione come quella di Giona, di nascondermi nel luogo più lontano e nascosto e annegare nel sonno la  mia “delusione” nei confronti di Dio.
Conoscete la storia del profeta Giona?  Il testo, poche pagine in tutto,  ha avuto un impatto straordinario nella storia della tradizione cristiana.
Giona è un profeta di poco più di una frase, ma la sua storia ha sempre affascinato le menti dei bambini e quelle degli adulti e nel corso dei secoli ha stimolato l’immaginazione di innumerevoli artisti, tra cui Herman Melville con il suo Moby Dick.
Giona è l’unico profeta antico con cui Gesù identifica se stesso ed al quale si riferisce esplicitamente per nome. Mi riferisco ai passi di Mt 12, 38-42 e 16, 1-4; Lc 11, 29-32 ; tre brani in cui Gesù parla di quello che chiama “il segno di Giona”. La tradizione evangelica presenta da un lato Giona profeta come unico segno offerto all’incredulità non solo di scribi e farisei, ma anche alla folla di tutta una generazione ormai incapace di credere; dall’altro Giona viene compreso come immagine privilegiata del mistero di morte e resurrezione di Cristo.
Vi starete chiedendo come mai questo mio soffermarmi a lungo sulla figura di Giona.
Sento questo profeta un anti-eroe, un disobbediente, un pauroso, un credente critico nei confronti dell’operare di Dio, in una parola, lo sento così vicino a me, a tanti di noi, pronti a ergerci a giudici dei “peccatori” e dello stesso Dio, perché … “Io, se fossi Dio…” saprei fare meglio di Lui, rimetterei uomini e cose al loro posto: premierei i buoni e castigherei i cattivi.
La storia si apre con Giona che rifiuta il comando esplicito di Dio di rivolgere la sua predicazione agli abitanti di Ninive e prende la direzione opposta a quella indicategli.
Presto però, quando si scatena una violenta tempesta, i marinai terrorizzati si sentono obbligati a buttare a mare Giona. In quel momento un grande pesce inghiotte lo sbigottito profeta che rimane nel ventre della “balena” (così viene spesso descritto il grosso pesce) per tre giorni, pregando nella sua angoscia finché viene vomitato sulla terra.
La seconda chiamata di Dio lo vede finalmente obbediente e lo porta a profetizzare la distruzione di Ninive entro quaranta giorni. La gente di Ninive si pente e Dio ritira la sua minaccia di castigo. Ma questa decisione irrita Giona che preso da autocommiserazione vuole morire. La sua collera cresce anche di più quando la pianta di ricino che Dio aveva fatto crescere sul suo capo per ripararlo dal caldo cocente, secca. Il racconto si conclude con la domanda di Dio a Giona se “è giusto che tu abbia compassione del ricino, per il quale non hai faticato… ed io non dovevo avere pietà della grande città di Ninive…?”.
Domanda, sul pregiudizio e la compassione, necessaria anche per me e questo tempo di attesa della Pasqua è il tempo che mi è concesso per una risposta.
Domanda che resta lì per ciascuno di noi, quando crediamo di poter fare meglio di Dio, o, peggio, quando vogliamo chiudere Dio nei nostri ristretti schemi mentali.
Prima o poi siamo tutti chiamati ad andare e ad affrontare a nostra volta qualche Ninive. Siamo chiamati all’improvviso a fare i profeti, mentre eravamo presi dai nostri affari. Tutte le cose che Dio vuole che noi facciamo, sono difficili per noi. Se obbediamo a Dio, noi dobbiamo disobbedire a noi stessi. Anche noi adottiamo spesso la strategia di sprofondare nel torpore del sonno, come Giona.  
“Non è più tempo di dormire!” San Paolo, come Caterina da Siena, invitano spesso a svegliarci dal torpore che ci impedisce di aprire i nostri occhi ed il nostro cuore. L’invito è a non temere: le cose che temiamo probabilmente accadranno, ma non c’è da averne paura.
Quando si comincia a comprendere il messaggio del libro di Giona, diventa chiaro che la disobbedienza e la disperazione del profeta sono sintomi di un problema più profondo: Giona è un uomo fermamente religioso ma restio ad accettare l’idea di un Dio che estende la sua bontà e misericordia a tutti. Dio, il Dio vivente, è il Dio di tutti ed è un Dio di compassione.
Questo tempo di grazia è il luogo dove cominciare a riconoscere Dio dove non ne avremmo sospettato la  presenza in precedenza,  nelle molteplici circostanze apparentemente insignificanti e banali della nostra vita.
Buon cammino di conversione e Buona Pasqua!

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