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Venerdì, 01 Aprile 2011 00:00

Pasqua

Scritto da Lucia Iorio
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Pasqua è un “altrove” che vive già qui, in questa “ora”.  E’ un mistero svelato; nella morte e risurrezione del Figlio di Dio fatto uomo, il senso di ogni vita è ridato. Di questo siamo chiamati a testimoniare, qui in questo “luogo” rinasce la speranza per ogni “dove”.
Certo, resta un abisso non facile da esplorare, in esso vivono i folli, sul suo baratro si affacciano santi e poeti, ne descrivono alcuni tratti,  trasmettono qualche bagliore che proviene dall’oscurità della Croce.
Sono i profeti di ogni tempo, che danno voce a tutto ciò che dell’umano non può rimanere muto, perché è Parola detta dal Padre. Nella Pasqua si sciolgono le campane a festa perché nessun sepolcro rimane chiuso.
Pasqua è il momento di operare delle scelte, di assumere una parte e per quella vivere e lottare.
“Non è il rigore che ti condurrà dove vuoi andare, e nemmeno l’ascesi, la sofferenza o quello che credi di aver compreso. E’ la spezia. Il profumo della forza che si ama”  (Sciamano della Sierra Grande).
Si possono fare grandi propositi ma sarà sempre ciò che amiamo, ciò che sentiamo, a darci la direzione. Forse ogni donna ha un po’ della strega, a volte io penso di averne una dose superiore alla media; quando vedo qualcuno che va in una direzione opposta a quella che indica, le antenne mi impazziscono.
Penso sia il dramma del nostro tempo: la mancanza di connessione tra le parole e la direzione, non credo che il disagio sia solo mio, ne soffriamo in tanti, forse si fa fatica a definirlo e si risolve con lo scoraggiamento, con il ritirarsi nel … “privato”! Già la parola dice tutto,  siamo già stati privati, ci è gia stato tolto.
Viviamo in un tempo di liberismo in cui sembra che chiunque possa vestire i panni che gli sembrano più adatti al momento e gli altri devono essere costretti a credergli e a usargli tutta la deferenza che quel costume suppone.
Se siamo disposti a farlo, o è per negligenza, a volte anche questa ha un suo grado di colpevolezza, o perché è un profumo che “sentiamo”.  In maniera più o meno celata anche noi siamo stimolati da certi comportamenti. Oh, li disapproviamo certo, ci mancherebbe! ma quando si tratta di fare un passo, la direzione è sempre un po’ diversa, magari appena appena…
La Pasqua ci interpella, rotola via la pietra sepolcrale, ci butta allo scoperto, ci costringe a guardare la nostra vita alla luce della morte e risurrezione.
In questi tempi molti fanno fatica a riconoscersi in una patria, in una chiesa. C’è da vergognarsi di essere italiani? Cattolici? Mah!, io mi dico, le strutture sono sempre state e sempre saranno strutture, più o meno rispondenti alle esigenze di chi ci sta dentro. Il giorno che non risponderanno più cambieranno. “Ecclesia semper reformanda est” è una delle affermazioni fondamentali della Riforma Protestante, in particolare nell’idea del teologo tedesco Martin Lutero. La chiesa per rimanere fedele al vangelo deve riformarsi, continuamente.
Ma la chiesa non è solo struttura, è in prima istanza realtà sacramentale, Corpo di Cristo, questo è chiamato a vivere ogni singolo credente. La chiamata è sempre personale e tale è la risposta, l’insieme che ne scaturisce è si, aggregato umano leggibile dal punto di vista sociologico ma è anche Regno già presente. Non si può essere Corpo di Cristo senza assumersi la  responsabilità che questo comporta,  senza assumere le modalità che propone.
Il gioco è sempre lo stesso: scegliere l’autoconservazione oppure correre il rischio di vivere la novità del vangelo ogni giorno. Con i limiti della condizione umana, ma senza troppi alibi.
La scelta tocca a ciascuno, nessuno può pretendere che altri lo facciano, chi è giunto alla consapevolezza che alcune cose debbano cambiare (ognuno ha le sue) non ha che da rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani.
“Io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole” Scriveva Giovanni Pascoli nella bellissima poesia L’Aquilone (mi è costata l’inimicizia dell’intera classe alle elementari! La maestra ce l’aveva assegnata come punizione, non ricordo più di che cosa, e io ho avuto la sventurata determinazione di passare la notte ad impararla).
Nella misura in cui si “sente” un nuovo profumo non ci sarà bisogno di tante parole né di tanti programmi (qui non vedo molti eccessi) ci si incamminerà semplicemente in quella direzione. Chi ha sperimentato l’odore pulito dell’aria non ci torna più tanto facilmente nel chiuso. Chi sa di “essere stato comprato a caro prezzo”  come dice l’Apostolo Paolo non si vende per poco.
Potrà mai un prigioniero liberato avere nostalgia dei ceppi? Chi è stato liberato potrà mai desiderare la schiavitù?
Sulla via della Croce si può anche dire di sì, ma non sarà più il sì della convenienza e della connivenza, sarà il sì di chi ha rinunciato ad ogni privilegio, ad ogni rivendicazione.  Il sì di chi ha scelto la libertà che passa dalla Verità.
Non vergogniamoci di essere italiani, festeggiamoli questi centocinquantanni di Unità; non vergogniamoci della nostra chiesa cattolica, la commistione con il potere è sempre stata forte. Chissà, senza la lotta tra i principi tedeschi e l’egemonia di Roma, forse anche la giusta causa di Lutero avrebbe avuto risvolti diversi.
Per i redenti anche la schiavitù è possibilità. E’ rispondere ad un amore. Se abbiamo sentito questo profumo, se la nostra vita ha avuto sapore da questa spezia possiamo anche tornare ai nostri ceppi affinché la forza della Pasqua possa continuamente e sempre infrangerli ancora.

Auguri.

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